Mattia Battistini
Biografia
Mattia nasce a Roma il 27/02/1856 dal cavaliere Luigi Battistini, valente medico, e da Elena Tommasi, Fin da ragazzo dimostra una spiccata tendenza per il canto ed una particolare voce. Inizialmente viene osteggiato dai genitori che desiderano farne un medico o un avvocato; finiti gli studi liceali, infatti, s’iscrive all’Università che però lascia ben presto per dedicarsi completamente ed esclusivamente alla sua aspirazione naturale: il canto.
Battistini inizia così i suoi studi sotto la guida dei Maestri Persichini e Terziani dell’Accademia di S.Cecilia. Durante l’estate, quando viene a Rieti in villeggiatura, si esercita in casa dell’avv. Francesco Palmegiani la cui figlia Giulia, esperta pianista ed eccellente musicista, lo accompagna al pianoforte. Il suo battesimo artistico avviene a Rieti il giorno dell’Assunta in Cattedrale quando, come solista, interpreta in maniera stupenda il mottetto "O Salutaris hostia" di Luigi Stame, maestro di Cappella del Duomo di Rieti.
Il suo primo debutto teatrale, però avviene l’11 dicembre 1878 al Teatro Argentina di Roma nella "Favorita" di Donizetti, accanto alla celebre soprana Isabella Galletti, ritenuta a quei tempi la regina del canto e delle scene.
Gino Fracassini, contemporaneo ed amico intimo di Battistini, ci narra quest’ingresso nel mondo del teatro: "Per un’improvvisa indisposizione del baritono, lo spettacolo minacciava d’essere sospeso se non che il Maestro Mancinelli, che concertava e dirigeva l’opera, si ricordò dell’allievo del Persichini, Mattia Battistini, a cui decise di affidare la parte del baritono nel ruolo di Alfonso XI, Re di Castiglia. Il giovane si sentì lusingato e sgomento nello stesso tempo: lusingato perché per la prima volta poteva calcare le scene a fianco di una cantante del valore della Galletti, e sgomento per la grande prova che gli si richiedeva. L’insistenza del Maestro e l’approvazione della Galletti non appena l’ebbe ascoltato, vinsero ogni sua reticenza ed il successo fu immenso. Il pubblico romano l’applaudì ripetutamente tanto che la sua partner lo spinse alla ribalta da solo dicendogli: "Questi applausi sono proprio per lei". Il giovane, commosso, confuso, imbarazzato, si presentò agli spettatori e nel ringraziarli si tolse il cappello con tutte e due le mani come un bambino impacciato".
Questo è il primo di tanti successi dovuti alla sua voce così potente e duttile da consentirgli di cantare con eguale maestria sia l’Aida che il Don Pasquale, sia l’Otello che il Barbiere di Siviglia, per cui Fracassini scrive che Battistini è l’unico "Barbiere di qualità", che solo lui sa cantare la musica di Rossini e recitare Le Figaro di Beaumarchais.
Il celebre baritono interpreta, nella sua lunga carriera artistica, moltissime opere (chi dice 82 chi 86). Dotato di una voce che nessun’altra ad essa s’eguaglia, costituisce il modello più perfetto dell’arte scenica in quanto presenta i suoi personaggi in maniera così realistica, nei gesti e nel modo di vestire, da conquistare ed ammaliare qualsiasi pubblico. Per questo il Monaldi, valente critico d’arte, lo definisce "Arbiter elegantiarum" del teatro lirico.
Colto, scrupoloso e serio nel suo lavoro, prima di cantare e recitare un’opera, non si limita solo all’analisi psicologica dei personaggi, ma ne studia l’epoca storica, gli ideali, i costumi, trascorrendo molte ore nei musei e nelle gallerie d’arte per conoscerli ancora meglio attraverso le opere dei più grandi pittori. Per non compromettere in alcun modo le sue esibizioni canore, si priva durante le stagioni teatrali di fumare il sigaro nonostante sia per lui un grande piacere.
Il cantante magnifico, il sommo attore, è anche un compositore dilettante; fra i suoi lavori, quasi tutti delle romanze da camera, molte delle quali edite in Russia, sono da ricordare: Ave Maria, Inganno, Cruccio, Rimpianto, Illusione, quest’ultima dedicata al Cotogni suo grande amico anche in arte.
A Varsavia nel 1903 e a Milano nel 1925, molte sue interpretazioni vengono incise su dischi: nel trentesimo anniversario della sua morte anche la RAI mette in onda significative incisioni del grande baritono.
Battistini canta nei maggiori teatri italiani quali l’Apollo di Roma, il Regio di Torino, il S.Carlo di Napoli, la Scala di Milano, e nei più famosi teatri europei quali il Real di Madrid, il Convent Garden di Londra, l’Opera di Parigi ed altri. Per una stagione, nel 1889, fa una grande tournée nei teatri dell’Argentina, dell’Uruguay e del Brasile, ma in seguito non varcherà più l’Oceano, nonostante le richieste fattegli, perché teme per la sua incolumità. In Germania, una delle nazioni che più lo acclamò, il poeta tedesco Otto König lo chiama "poeta mandato da Dio per far gioire gli uomini". Papa Benedetto XV, entusiasta della voce di questo cantante, gli dona una grande foto con su scritto di suo pugno: "A Mattia Battistini la cui arte divina ci fa ricordare la musica del Cielo". Il critico Dillman afferma: "Tutto canta nel Battistini, anche la sua respirazione è melodia". Da molti viene definito il Cantore di Mozart. L’imperatore Francesco Giuseppe lo nomina a Corte dove, con Adelina Patti, con Gemma Bellincioni e con Enrico Caruso entra a far parte del famoso Quartetto dell’Imperatore.
In Spagna, il cantante conosce e sposa la giovane e coltissima baronessa Dolores de Figueroa, di nobile famiglia castigliana, che ha ricche tenute a Membrilla, dove Battistini suole riposarsi, dopo le fatiche delle tournée, alternando questi suoi soggiorni con quelli di Collebaccaro, nelle vicinanze di Rieti. La Russia è la sua seconda patria artistica: vi debutta nel 1888 e vi fa ben 26 stagioni liriche; l’ultima volta vi canta nel 1914 interpretando uno dei suoi cavalli di battaglia la "Tosca". È questa la nazione che si mostra più entusiasta dell’arte di Battistini, che gli rende i maggiori onori e gli dà le più grandi soddisfazioni tanto che egli soleva dire: "La Russia non è mai stata per me un paese freddo": Quando in età avanzata, cioè due anni prima della sua morte, i giornalisti viennesi gli chiedono quale sia il segreto della sua voce ancora giovanile e della sua prestanza fisica, risponde ridendo: "Ho passato ben 26 anni in Russia e sapete che il ghiaccio è il miglior mezzo per conservare ogni cosa".
Il "Demone" di Antonio Rubinstein è senza dubbio una tra le opere "creazione" del Battistini ed egli stesso racconta che, proprio durante la rappresentazione di questo lavoro, venne sonoramente fischiato. Il demonio che presentava, infatti, era personalissimo perché non era un angelo decaduto ma piuttosto un gigante atterrato, ribelle, potente, non pentito, che ritorna figlio della terra nel momento in cui viene preso d’amore per Tamara. Il pubblico, profondamente commosso e trascinato dalla vicenda, con ovazioni interminabili e calorosissime, che durano più di mezz’ora, esprime la sua ammirazione senza attendere la fine della scena e, quando il demone sprofonda nell’inferno, gli spettatori chiedono a gran voce il bis. L’artista, come al suo solito, lo concede ma viene biasimato dai più eminenti critici teatrali russi poiché con il suo bis ha annullato l’effetto scenico del brano stesso. Egli se ne rammarica molto, di conseguenza, la sera successiva, quando gli viene richiesta con grande insistenza la replica, la rifiuta energicamente; proseguiamo con le sue stesse parole: "… al terzo atto, allorché riapparvi in scena, fui assalito da fischi spaventosi e da grida di abbasso di tremila spettatori! La sera stessa chiarii alla stampa di Pietroburgo il motivo del mio rifiuto, cosicché alla terza rappresentazione dell’opera, i miei numerosissimi ammiratori mi offrirono più di cinquanta corone d’alloro per farsi perdonare gli insulti della sera precedente. Fu questa l’unica sonora fischiata ch’io ricordi della mia carriera".
I Russi furono sempre prodighi di doni nei confronti del celebre baritono che amarono in tutti i modi. Una dama dell’alta aristocrazia gli regalò un tappeto d’altare intessuto da lei, che dovrebbe ancora trovarsi nella Cappella della villa di Collebaccaro. Ad ogni suo ritorno in Russia i suoi fan di ogni ceto sociale gli offrivano, come vuole la tradizione locale, pane e sale ma in così gran qualità da mettere in difficoltà la sua servitù. "Non dobbiamo quindi meravigliarci – scrive il Lancelotti – se di fronte ad un portento canoro quale fu Battistini, Massenet modificò la parte del suo "Werter" trasportandola da tenore a baritono e ridusse da basso a baritono la parte di Atanaele della Thais, per farle interpretare da Mattia".
A proposito di quest’ultima opera, Lina Cavalieri, amica e compagna d’arte del cantante ricorda: "…Creai nell’impero dello Zar, insieme con l’indimenticabile Mattia Battistini, la Thais di Massenet, opera che avevo iniziata all’Opera di Parigi. Battistini era innamoratissimo della sua parte di Atanaele e, per sentirsi perfettamente a posto in questo ruolo di eremita illuminato, quando stava in casa, vestiva il rozzo saio. Un giorno, di tanto in tanto, dalla finestra aperta (eravamo in maggio) guardava in strada; qualcuno lo scorse ed una piccola folla di curiosi si arrestò a contemplarlo stupefatta; egli, assai imponente e mistico nel suo costume, si mostrò interamente al davanzale e, con gesto largo e maestoso, benedisse i suoi improvvisati spettatori".
Wagner nel 1882 vuole assistere ad una rappresentazione del suo Lohëngrin all’Apollo di Roma esclusivamente per udire Battistini. Camillo Saint – Saens riesuma proprio per lui l’Enrico VIII ottenendo un trionfale successo sulle scene dell’Opera di Parigi, che il cantante calcava per la prima volta nella stagione 1914/15 dopo quarant’anni di gloriosa carriera.
Mascagni e Verdi sono entusiasti delle interpretazioni del Battistini il quale però non volle mai cantare l’opera verdiana "Il Falstaff" in quanto affermava che non riusciva a calarsi in quel personaggio.
Questo cantante, pur così celebre, aveva gran soggezione di Verdi perciò, quando per la prima volta l’incontra ai bagni di Montecatini, osa appena salutarlo. Un giorno, mentre entrambi ascoltano una fantasia del "Ballo in maschera", Mattia scoppia in una fragorosa risata. Verdi lo guarda interrogativamente in maniera burbera però il cantante si affretta a spiegargli di aver assistito al Teatro Quirino ad una rappresentazione del Ballo in Maschera in cui il baritono, dopo aver preso una stecca formidabile, si era fermato e, voltosi all’uditorio allibito, aveva detto: "Se volete sentire il resto, venite a casa mia".
"La storiella divertì molto il maestro – racconta lo steso Battistini – e, da quel momento mi elesse a suo compagno nelle ferie di Montecatini. Diventammo molto amici, ma non mi perdonò di non aver voluto interpretare il suo Falstaff".
Il celebre baritono sente fortemente il legame con la sua Patria e non esita ad affrontare lunghi viaggi, anche a sue spese, per partecipare con il suo canto a manifestazioni quali, ad esempio, i funerali di Umberto I, il 50° dell’Unità d’Italia o l’inaugurazione della Prima Biennale Romana d’Arte. Ma Collebaccaro è la sua residenza prediletta nella quale torna ogni anno. Di ciò ne approfittano i Reatini che, con ogni pretesto, lo invitano a cantare a Rieti.
Annota Palmegiani che nell’agosto del 1902, in occasione della reinaugurazione del Teatro Flavio Vespasiano di Rieti, danneggiato dal tremendo terremoto del 1898, Battistini canta l’opera "Maria di Rohan". Per sentirlo accorrono ammiratori da tutta l’Umbria, da Roma, da Firenze e persino da Milano. In suo onore vengono fatte grandi feste ed anche Rieti è prodiga di regali per il più grande cantante dell’800. Padre Angelico da Rieti invia per lui una pergamena d’onore; il Municipio gli conferisce una medaglia d’oro, il Deputato Maraini gli dona una corona d’alloro. E quando il baritono esce dal teatro, migliaia di ammiratori staccano i cavalli dalla sua carrozza e a spalla lo riaccompagnano alla sua villa al suono di marce improvvisate ed al bagliore di una suggestiva fiaccolata.
Gli ultimi concerti dati dal Battistini al Comunale di Rieti, sono quello del 22 maggio 1926 a favore della Società Forza e Libertà e l’altro dell’8 settembre 1927 a beneficio del Patronato Scolastico dei bambini poveri delle scuole elementari; invece l’ultima sua rappresentazione è la Tosca, nel 1928, anno della sua morte. Egli cantò sino ad età avanzata tanto che un critico viennese scrisse:
"Battistini cantò fino a che respirò, respirò fino a che cantò".
Fonte: RietiScuola.Net
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